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Disabilità e incontro con l’altro PDF Stampa E-mail

 

Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze. Si apre con questa frase ogni manifestazione promossa da Special Olympics, una tra le organizzazioni che promuovono allenamenti ed eventi solo per persone con disabilità. La frase corrisponde al giuramento dell’atleta che, a sua volta, rimanda ad un principio etico a cui si ispirano tutte le attività dell'associazione: pensate e volute  in modo da sollecitare l’impegno agonistico, la curiosità di apprendere, il desiderio e la capacità -da parte di questi atleti speciali- di fare da soli per “non sentirsi soli”.

Il mondo dello sport delle persone disabili è arrivato (anche grazie alle Paraolimpiadi e al recentissimo caso di Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano che corre grazie a particolari protesi in fibra di carbonio) ad imporre i suoi atleti e le loro “gesta”  ai mass media. Certo, non può vantare ancora aree di ascolto da record, ma il fenomeno comincia ad essere rilevante e non passa più inosservato.

L’origine dello sport agonistico per disabili può essere direttamente ricollegato alla riabilitazione dei veterani della II Guerra Mondiale con lesioni midollari, anche se non mancano esempi precedenti di atleti disabili e di organizzazioni sportive a loro riservate. Lo scopo fondamentale del medico Ludwig Guttmann, che aprì un centro specializzato per il recupero di questi pazienti,  era quello di riuscire, tramite gli stimoli dello sport,  a sviluppare in modo ottimale le capacità residue del disabile ed a recuperare un buon stato psicologico del neo traumatizzato al fine di raggiungere la massima autonomia possibile ed una dignitosa qualità di vita. Nel giro di qualche anno da questa geniale intuizione cominciò a diffondersi in tutta l’Europa occidentale e nelle Americhe un nuovo modello riabilitativo che coniugava nello stesso tempo il recupero psicofisico e dell’autonomia, soprattutto con l’integrazione sociale.

È da sottolineare che, in passato, la quasi totalità degli studi e dei programmi educativi rivolti a persone con diverse abilità, ha trascurato il ruolo imprescindibile del loro tempo libero. La priorità veniva attribuita a problematiche più pressanti quali riabilitazione, inserimento scolastico e lavorativo, ritenute, qualora soddisfatte, garanti di un apprezzabile livello di benessere per i disabili. Negli ultimi decenni, di pari passo ad un incremento della sensibilità culturale nei confronti degli altri aspetti dell'universo della disabilità,  anche il tempo libero è stato posto al centro di molti progetti di formazione ed integrazione delle persone diversamente abili in quanto strumento di socializzazione e di sviluppo della personalità. In particolare ricadute positive quali l'incremento delle capacità, l'acquisizione di nuove competenze e l'integrazione in contesti di vita ricchi di relazioni significative rendono fondamentale il ruolo dell'attività sportiva e soprattutto del gioco di squadra nel processo formativo dei disabili. Praticare sport rappresenta, infatti, un’occasione per impegnarsi nel superare gli ostacoli, per lottare nel raggiungere un obiettivo – mettendo in conto sofferenze e sconfitte così come avviene per tutti. Anche i disabili, al pari dei normodotati, godono dunque degli stessi benefici che derivano dalla pratica sportiva: sono in grado di padroneggiare meglio il proprio corpo, modificare, incrementandola, la propria autostima, accettare i propri limiti e, al contempo, testare le proprie potenzialità. La persona con disabilità può dunque confrontarsi su più fronti: con se stessa, con il proprio handicap, con gli avversari e con i compagni di squadra, il proprio allenatore, gli amici, i tifosi. Ed è per questo che, anche per  gli atleti che concorrono a livello individuale, si può fare riferimento in ogni caso a sport di squadra: basti pensare al team che è dietro le quinte composto, a volte, da centinaia di persone che, con il loro “invisibile lavoro”, contribuiscono al successo di un'unica persona. Per meglio esemplificare la significatività della cooperazione nel gioco, si pensi alla lingua inglese che utilizza  due differenti vocaboli per indicare il gioco: game inteso come  gioco che prevede il rispetto di precise regole (e quindi il gioco di squadra) contrapposto a play che sta ad indicare il gioco fine a se stesso, quello che possiamo osservare in un bambino alle prese con il proprio giocattolo. È chiaro che il gioco di squadra è quanto di più aggregante e umanizzante per l'uomo in quanto fa sì che l'individuo non solo sia chiamato ad un rispetto puntuale delle regole, ma focalizzi al tempo stesso le proprie energie nel garantire la migliore prestazione nel rispetto dei ruoli e delle funzioni degli altri. Per questo motivo  sia che si pratichi attività sportiva nel senso di vero e proprio agonismo, sia che essa rappresenti un’attività di recupero o semplicemente un impegno ludico-motorio, la persona diversamente abile può sperimentare concretamente occasioni di affiliazione condividendo spazi e momenti di pratica sportiva con altri disabili oltre che con persone normodotate. Infatti solo condividendo esperienze con altre persone e quindi regolando la propria vita su quella collettiva, l’essere umano si riconosce come persona e può godere di possibili occasioni di integrazione sociale. Sperimentare la vita di gruppo costituisce, dunque, una notevole opportunità di sviluppo e, al contempo, permette di apprendere modelli di comportamento più appropriati al vivere sociale. Così come afferma Roberta Caldin nel suo volume L’integrazione possibile[i] “per creare una nuova cultura dell’integrazione, che attenui i pregiudizi e gli stereotipi sulle persone con disabilità e favorisca l’esigibilità dei diritti, è necessario sviluppare una cultura dell’apprendimento reciproco che produca significati, che risulti comunicabile, situando gli incontri con il mondo nel loro contesto culturale appropriato: una nuova cultura dell’integrazione esige una nuova comunicabilità realizzata in contesti culturali di apprendimento reciproco e di dimensioni di apprendimento”.

Quanto fino a questo momento esposto può apparire, agli occhi del  normodotato, un discorso che lo potrebbe coinvolgere solo a livello d’interesse, di curiosità, di approfondimento della  conoscenza dell’altro con l’intenzione di aiutarlo, ma forse non è proprio così.  Viene da chiedersi quanti normodotati portano in sé, soprattutto a livello psicologico o caratteriale delle disabilità – tenute nascoste, non emergenti, non confessate, diversamente interpretate - che potrebbero essere utilmente affrontate e forse anche superate in uno sport di squadra così come avviene nella vita dei disabili?

 

di Benedetta Maggiori
tratto da www.conoscereperessere.it


[i] Caldin R., Succu F. (a cura di), L’integrazione possibile, Pensa Multimedia, Lecce, 2004.

 
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