Home Sport e fraternità Fraternità, sport e dimensioni del vivere
Fraternità, sport e dimensioni del vivere PDF Stampa E-mail

 

L’esperienza dei giochi olimpici può sembrare non idonea a fare da sfondo ad una riflessione sul tema delle possibili connessioni tra fraternità e sport, giacché, da troppo tempo le olimpiadi sono occasione di amplificazione di tensioni ideologico-politiche e molto spesso forniscono più stimoli all’esaltazione dell’individuo, delle sue peculiarità e dei suoi sforzi nella lotta contro gli elementi e gli altri in vista del raggiungimento del migliore risultato, della consacrazione e della medaglia sul podio più alto, che non il trionfo del famoso motto di De Coubertin “l’importante è partecipare”.

Se alle precedenti considerazioni aggiungiamo qualche comportamento esemplare, molto prossimo a dispute infantili, quale è stato l’invito agli sportivi della nostra squadra nazionale a non sfilare nella manifestazione di apertura dei giochi di Pechino, o ci soffermiamo su più eclatanti atteggiamenti di stile antisportivo, quale il rifiuto della medaglia d’argento del lottatore libero che ha abbandonato il podio o, ancora peggio, il calcio assegnato da uno dei contendenti all’arbitro nell’incontro di finale di taekwondo, sembrerebbe confermata, una volta di più, l’inopportunità di far riferimento ai giochi olimpici per considerazioni sullo spirito di fraternità.

Eppure proprio i giochi di Pechino, con la parentesi sfumata delle atlete russa e georgiana che si abbracciano all’atto della premiazione, alimenta la speranza che di fraternità si possa parlare anche in questa occasione.

Gli esiti di esperienze e studi condotti negli ultimi anni forniscono, comunque, la possibilità di riflettere su aspetti che in precedenti circostanze erano apparsi ovvi e non meritevoli di particolare attenzione. Si intende far riferimento, in particolare, ad un’ipotesi che appare utile a descrivere i fenomeni di apprendimento e costruzione di nuova conoscenza, che sembrano riverberare nuova luce sul senso di fraternità.

Gli eventi sportivi che hanno prodotto le riflessioni anzidette sono per lo più connessi agli ambiti della scherma e del nuoto, nei quali le competizioni hanno fortemente coinvolto non soltanto i singoli (senza distinzione di sesso), ma, soprattutto, le squadre. In questo caso, il termine squadra è cosa diversa da quella cui si è tradizionalmente abituati a pensare, per esempio nel caso del calcio, della pallavolo, del basket ecc.; gli esempi cui si fa riferimento sono, per citarne solo alcuni, quelli della staffetta 4x100 stile libero o misto nel nuoto, e del fioretto e della sciabola a squadre nella scherma. In questi casi ci si trova dinanzi a soggetti che, se pur contraddistinti da specifiche peculiarità all’interno del gruppo, hanno la medesima specializzazione, possono, cioè, essere chiamati a competere, oltre che con rivali di squadre diverse, anche con compagni della propria squadra, nel momento in cui sono impegnati in una gara per il conseguimento di un titolo singolo.

E’ dalla scherma, però, ed in particolare dalla squadra italiana femminile di fioretto, che sono venute le indicazioni più significative e convincenti del fatto che la competizione a squadre non è e non può essere considerata la somma dei risultati dei singoli. Le emozioni provate dalle schermitrici dinanzi a fatti che hanno interessato le compagne di squadra e la condivisione delle medesime emozioni, la loro identificazione nell’obiettivo comune di superare la squadra avversaria, la capacità di intuire le azioni delle schermitrici avversarie e di riflettere sugli effetti delle stesse e l’uso di un repertorio comune di strumenti di comunicazione, di segnali di avviso, di attenzione, di prudenza ecc. hanno infatti indotto a ritenere che a questa squadra – ed a quelle ad essa assimilabili – si possano applicare le medesime considerazioni sviluppate per le comunità di operatività e comunità professionali all’interno di aziende ed organizzazioni. È un passare dalla dimensione comunitaria a quella sociale.

Quella individuale, quella comunitaria e quella sociale possano essere considerate tre dimensioni che contraddistinguono l’umana esperienza quotidiana che, ovviamente, interessano anche la fraternità. Ne segue che questa – la fraternità – dipende dai soggetti, dai singoli ai quali essa viene riferita (prospettiva individuale), e assume significati diversi a seconda che si guardi al parente, al familiare, all’amico (per la dimensione individuale), al membro della medesima comunità (per la dimensione comunitaria) o, infine, all’altro, il diverso da sé e da coloro che appartengono alla propria comunità, o alla società in cui si vive (per la dimensione sociale).

 

Antonio Cartelli
tratto da www.conoscereperessere.it

 
SEO by Artio