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La fraternità misura alta della globalizzazione PDF Stampa E-mail

 

Parlare di sport e fraternità nel racconto di una cronaca dei nostri giorni potrebbe sembrare lontano e fuori dalla realtà, ma è pur vero che lasciare spazio alla negatività delle logiche che vorrebbero la passione sportiva costretta nell’angolo dei “malumori sociali” non è ideologicamente corretto. Credo che l’interpretazione corretta dello Sport si trovi proprio nell’aggregazione che quella passione stimola e non nella falsa dissociazione che si proverebbe nell’aver vinto o perso una gara. Nel pugilato – la nobile arte – ad esempio, – e come d’altronde in ogni altra competizione sportiva – il valore qualitativo della vittoria è saldamente legato al valore quantitativo dell’avversario, e se ne può assaporare il gusto solo dopo aver preso piena coscienza di ciò.

Ma c’è di più: è il riconoscimento sociale che rende viva e reale la “vittoria” o la “sconfitta”. Non avrebbe alcun senso umano, infatti, “vincere” qualcosa che non sia riconosciuta dagli altri come il valore assoluto raggiunto, e questo non vale solo per lo Sport ma per tutti gli atti che la vita ci concede di proporre, come un viaggio o un libro, un quadro o una storia da raccontare ecc.

Nulla avrebbe senso in mancanza di una condivisione che acclari l’avventura di una vita, sia questa composta al raggiungimento di una medaglia nello Sport, o sia tesa al più semplice dei gesti che occasionalmente portiamo verso gli altri.

È dunque la “condivisione” che rende viva la nostra vita, ma se la condivisione altro non è che la comunanza delle affermazioni ed è ciò che, dunque, unisce gli interessi degli uomini, si può affermare che la condivisione è fraternità e, nello Sport, si possono soltanto trovare conferme ed estensioni a questo concetto.

Lo Sport, così giustamente interpretato, potrebbe fornire speranze di nuove culture umanamente “globalizzate”, forti delle proprie frontiere ed erette sui saldi principi della lealtà data dall’uguaglianza e della fraternità dovuto alla condivisione di tali principi.

Sono poco più di cento anni che lo Sport è una concreta realtà nella storia dell’umanità, indubbiamente i Greci inventarono le Olimpiadi, ma le dinamiche sociali che oggi lo Sport ha innescato in tutti i popoli del mondo rappresentano il primo e forse ancora l’unico esempio di reale fraterna globalizzazione.

Ciò appare evidente nei giochi olimpici dove chiunque, se all’altezza, può partecipare (il termine non è casuale ma ideologicamente corretto) ad una gara dove la “Vittoria” diviene il raggiungimento di quell’assoluto riconoscimento sociale, quindi la citata condivisione che sgretola tutte le barriere artatamente poste dalle società umane. E’ nello sport il luogo dove la Vittoria si incarna nell’essere umano, relativamente transitorio ma portavoce di quell’urlo che elimina ogni frontiera, sia essa materiale, immaginaria o imposta, ed è nel godere di quell’abbraccio fraterno e condiviso del riconoscimento sociale che nasce prepotente la fraternità.

 

di Mario Belfiore
tratto da www.conoscereperessere.it

 
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